Che Vite story!

Che Vite!

Che bulloni!

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È trascorso circa un decennio da quando, in un momento di particolare difficoltà famigliare, iniziai a ripetere Che Vita di merda!

Ma nello stesso periodo iniziai anche a lavorare alle scuole elementari. Ed in presenza dei bambini non volevo dire parolacce né men che meno trasmettere loro questo messaggio. Dunque mi resi conto del fatto che era il momento di rendere empirico il concetto di “controllo della produzione linguistica”  e troncai l’esclamazione ad un semplice ma tutt’altro che banale Che Vita! 

Nel mentre elaboravo.

La mia situazione, certo. Ma anche quella altrui, e, di situazioni bislacche, in quel periodo ne ho viste molte, e probabilmente per il lavoro che stavo svolgendo, ma anche perché con il trascorrere del tempo mi rendevo conto che chi mi circondava, poneva il mio esclamare Che Vita! unicamente in relazione alla mia personale situazione; ed era solo in parte vero. Non esauriente del significato che io vi riattribuivo di volta in volta: a seconda dei discorsi che e con chi si stavano svolgendo. Ad un certo punto mi resi conto del fatto che fosse ovvio che venisse fraintesa… non era mai stata esaustiva di quanto volessi esprimere, a cominciare dalla forma,  nemmeno a me! Soprattutto a scuola, molto spesso era rivolto alla Vita dei bambini ed alle loro personali situazioni, non sempre facili. Dunque ho iniziato a giocare un pò con il sostantivo e l’ho innanzitutto volto al plurale: da che Vita! a Che Vite! rendendolo in tal modo inclusivo delle Vite di Tutti. Anche degli animali e dei vegetali. Secondo: perché la vite, intesa come utensile tiene insieme vari pezzi; è aggregante. Terzo: perché la vite, intesa come pianta, è simbolo di Vita, prosperità ed allegrezza. Ma al contempo, vino ed acquavite possono risultare pericolosi …che Vite! perchè da “etnodramma” ad “enodramma”… ovvero quel che rende l’essere umano un “etodramma”.. il passo è veramente breve: acquavite a colazione?! Anche no! ..E fai attenzione! Tuttavia,  personalmente quando parlo di questo terzo motivo, lo associo e mi “catapulta” a quando da bambina, nel periodo di vendemmia, scorrazzavo tra i filari della vigna del nonno Ettore, che mi ha cresciuta.

Nel periodo in cui stavo elaborando mentalmente questa storiella, che tanto mi premeva e preme, un giorno mentre camminavo trallallero-trallallà per la strada, mi è successo di trovarmi di fronte ad un vite: l’utensile. Ho “dovuto” raccoglierla! E da quel giorno ne ho raccolte moltissime; fino a poter perder tempo nel ricamarci su, dando Vita a “volatili raffigurazioni” esperienziali e circostanziali, come i monaci buddisti fanno con i mandala di sabbia. Le raccolgo “con tutta la merda che c’è per strada” cit. di “qualcuno” che si riferiva a germi e batteri. Un giorno le peserò. Per capire il peso che hanno avuto, hanno ed avranno nella mia Vita; e nelle Vite di coloro con i quali mi sono trovata, mi trovo, e mi troverò ad interagire: direttamente o indirettamente! Le intercetto sempre in situazioni di “particolari” discorsi con persone che spesso sbigottiscono di fronte al mio reperto; o mentre mi frullano in testa pensieri che mi premono, come per “fissare la lezione”; per crescere. In termini di conoscenza e di coscienza. Mia e degli altri. Tuttavia… Se le cerco, non le trovo! Tra i tanti dubbi, una certezza ce l’ho; talvolta questa storiella, che più che essere una storiella è un modus vivendi , è risultata poco simpatica.

Oggi vorrei trovare risposte convincenti alla sequenza di domande che mi pongo in merito… vivo sapendo che, presto o tardi, ogni evento troverà collocazione, nel puzzle delle Vite di ognuno. Sia di coloro con i quali mi sono incontrata che di quelli con i quali mi sono scontrata. E… va da sé che i bulloni esistano ed abbiano anch’essi la loro complementare utilità sociale: non foss’altro che per l’attenermi scrupolosamente alla logica contrappositiva e dicotomizzante con cui siamo abituati a ragionare. Dunque raccolgo anche quelli… ma in ottica comprendente, inclusiva. In quanto anch’essi parte di “un puzzle più grande” che rappresenta l’insieme delle Vite che animano il Mondo. È ovvio che dar conto dell’insieme delle Vite che animano il Mondo intero, è un auspicio meramente ideale. Tuttavia voglio poter raccontare quante più storie o scorci di Vite mi sarà possibile raggiungere!

In terza superiore ho interiorizzato il socratico concetto “So di non sapere”. La costante sfida della mia Vita è appunto sopperire alle molteplici forme d’ignoranza di cui mi sento permeata. Non posso definirmi antropologa visuale, poiché, pur avendo conosciuto l’antropologia nella sua definizione accademica mentre mi trovavo fisicamente “sul campo”, e qui a tal proposito, mi sento di voler ringraziare Monica, mia compagna di viaggio, che si è presa la responsabilità nonché il coraggio  e la pazienza di “farmi crescere”. Non avendo temuto di dirmi che quel che io delucidavo nelle serate trascorse in chiacchera al nostro indirizzo senegalese, e che pensavo essere mie considerazioni, erano in realtà questioni argomentate da Malinowsky, decenni prima. A quel punto era ovvio per me che al termine della permanenza a Dakar, tra il 2003 ed il 2004, dove mi occupavo di adozioni internazionali, iniziasse il mio percorso accademico nell’àmbito delle scienze sociali, e mi sono iscritta presso l’Università degli Studi di Torino al corso in Comunicazione Interculturale. Torino, città in cui sono nata ma in cui ho vissuto a periodi alterni! Percorso accademico attualmente in stand-by, causa peripezie di Vita. E, per lo stesso motivo, non posso definirmi nemmeno un’insegnante di italiano inteso come lingua straniera, sebbene mi sia incompiutamente formata per ricoprire anche tale figura professionale. Inoltre, sebbene io abbia operato nel settore educativo per un pò di anni nelle scuole e nei centri estivi per bambini e ragazzi, non posso definirmi operatrice nel settore educativo; poiché oggi, all’alba dei quarant’anni, trovo faticoso il rieducare me stessa quotidianamente! Non posso nemmeno definirmi reporter foto/videografica, poiché pur avendo esercitato la professione di fotografa, e pur avendo sempre considerato le due forme espressive come quelle in cui maggiormente mi “identifico”, per troppo tempo mi sono limitata agli shooting e film mentali. Basilari nella collocazione del punto di vista. Cosa che risulta essere la grafia della luce, attraverso apparecchiature più o meno sofisticate. Non posso nemmeno definirmi una tailleur/sarta, perché ecco… le mie competenze in merito sono veramente il frutto delle mie “perdite di tempo”, non ho formazione professionale in tal senso; è un supplementare ed indiretto dono delle mie “perdite di tempo” presso i laboratori dei miei amici sarti quando vivevo in Sènègal; o di amici senegalesi a Torino. Ma anche beninesi in Bènin. Le mie competenze in merito, derivano dunque da quello che è il punto di partenza, che Monica mi delucidò essere di Malinowskiana concezione e da me abbracciata ancor prima di sapere che Malinowsky e l’antropologia fossero esistiti sulla Terra: L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE. Supportata dal concetto espresso da un antropologo di cui per ignoranza non mi sovviene il nome, il quale sostiene che “l’antropologia si faccia facendo altro”. Ringrazio chi possa e voglia sopperire a tale mio gap. Per questo, scherzosamente, ma nemmanco troppo, data l’estrema volatilità del temporale “qui ed ora”…. quando mi chiedono cosa io faccia nella Vita, da un pò ho iniziato a rispondere che “perdo tempo” …di professione! Sono una “perditrice di tempo professionista”. E, nel divenire del vivere, ci sono “questo” e “quello” ed anche “quell’altro” che ho imparato a fare, che sto imparando ed imparerò e/o migliorerò. Con l’esperienza!

Dopo aver letto il canonico oroscopo della settimana su l’Internazionale, di cui riporto screenshoot… Bhè… Rido! Ma rido tanto; molto più del solito!! Quello che sono solita chiamare “multiverso” fornisce il messaggio subliminale  che mi conferma in maniera “esplicita” che lo devo pubblicare!!

Che Vite!!

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