Ma che “razza” di Vite?!

Antropologia

L’invenzione delle razze.

Ricordo come se fosse ieri, quando nel periodo in cui mi dilettavo con le autopsie ai polli, una mattina in cui nel bucolico conTesto monferrino si sancì e del tutto inconsapevolmente, dall’alto dei miei quattro anni anagrafici dell’epoca, la connotativa forma mentis antropologica, in quanto modus vivendi in cui non posso far altro che identificarmi, al di là del riconoscimento accademico. Episodio meritevole di attenzione per molteplici aspetti, per cui ritengo doveroso da parte mia, doverne dare conto. Poichè, da questo episodio personale, ritengo possano trarsi conclusioni di portata generale.
Quanto meno, da un punto di vista teorico, lo ritengo collocabile come un ottimo spunto di riflessione sociale.
Si era  fuori da quella che era chiamata la “stalla davanti”, io come al solito importunavo i nonni mentre “aj arpasivu ij bestij” la cui traduzione letterale è “ripassavano le bestie” per indicarne le cure ed il rifocillaggio di foraggio quotidiano. Lavoravano. E pure io… che stavo perdendo tempo e facendo perdere tempo altrettanto a loro,  pretendendo che mi spiegassero, la questione delle razze. Sempre per analogia, tra bovini ed Esseri Umani. Confusione creatasi nella mia testa, dal fatto che sentissi parlare per esempio di vacche valdostane come di “razza” diversa rispetto ai cosiddetti bovini ‘d là fasun, di origine piemontese. Con questi presupposti, oggi so che non avevo tutti i torti nel sentirmi confusa rispetto all’argomento!
Bene… Si aprì un comizio, nel bel mezzo dell’aia, e di non poco conto. Perchè a me interessava indagare gli Esseri Umani, non i bovini, che consideravo un mero termine di paragone.
Ricordo vividamente la sensazione di paura e terrore che provai vedendo la faccia del nonno, per avergli posto quella domanda, che ha innescato una discussione che stava per esplodere come una bomba tra i due, nel bel mezzo del giardino di casa. “Bomba” in quanto residuo delle guerre mondiali. Di cui la seconda è stata combattuta in prima linea da entrambi insieme agli altri partigiani, nel periodo in cui il manifesto della razza ariana applicato al popolo italiano di mussoliniana concezione, era ancora in vigore. Fui molto sorpresa, quella mattina; dalle rispettive reazioni. Rimasi spiazzata.
Innanzitutto perchè non pensavo che la mia domanda creasse così tanto scompiglio all’avvicendarsi dei lavori che stavano svolgendo; che furono interrotti, per affrontare quella che stava diventando un’accesa discussione tra nonno e nonna, con me che assistevo quasi come fosse stata una partita di tennis. Ed oltre al concetto di “razza”, seppur in maniera inconsapevole, iniziai quel giorno a fare i conti anche con gli “stereotipi”: infranti da una sorta di ribaltamento di punti di vista tra i due. Rimasi spiazzata perchè, il nonno, la cui idea era di una persona dalle ampie vedute, viaggiatore e partigiano convinto… fu proprio lui a tirare in causa il manifesto istituito da Mussolini, che nonna, contadina le cui vedute non son certo a così ampio raggio, ha veementemente, smentito. Lui ribattè che “non si poteva dire”. Nonna ha risposto che se ne infischiava di cosa il duce imponeva di pensare e dire; facendo presente che, tra l’altro e nel frattempo il duce era già morto e sepolto da decenni. A tal proposito mi fa riflettere che, tuttavia, in virtù della Democrazia, la nipote del duce abbia bazzicato e probabilmente bazzichi in Parlamento, direttamente o meno, “da sempre”.
Nonna sosteneva che le razze per quanto concerne gli Umani, non esistessero e non esistano, dunque non poteva e non voleva rispondermi in quella circostanza, in base a quanto Mussolini avrebbe voluto, bensì secondo sua coscienza; smentendo dunque i contenuti del manifesto della razza. E, facendo ben presente al nonno che tale legge era stata abrogata: il cui sottotesto intendeva dire che non rischiavano più di essere fucilati, confutando l’asserzione mussoliniana circa l’arianità del popolo italiano. Litigarono. Di brutto. Ed io mi sentii in colpa. Per le troppe domande; scomode.
Ripensando a quella mattina… oggi… vorrei tornare indietro con videocamera alla mano per documentare l’accaduto.
Nonostante il tempo trascorso, il ricordo è vivido nella mia testa e riesco a  decifrare il terrore nell’avvicendarsi del discorso. E più che mancanza di conoscenza e/o onestà intellettuale, ricordo nella faccia del nonno l’imbarazzante terrore dato dalla guerra; dalla censura che essa ha comportato nella libera espressione di pensiero, che poteva costare la Vita.
Che Vite!!!
Fu così che, invece di trovare una banale risposta a quella che pensavo fosse una banale domanda,  mi ritrovai a fare i conti con quella che Hanna Arendt definì “la banalità del male”.
Manifestata empiricamente nel terrore delle espressioni del nonno; nell’avvicendarsi del discorso.
È quel giorno che sconfinai. Sconfinai senza far ritorno. È come se quel giorno avessi timbrato il biglietto. Senza saper bene su quale treno stessi salendo, men che meno verso quale direzione fosse diretto. Per questo, ora “sono qui”. In cascina.
Mi fa sorridere, per sdrammatizzare, il fatto che recentemente, nell’emettermi il biglietto dell’autobus, l’autista, sogghignando con un fare tra il minaccioso e lo sberleffo mi ha detto che… “adesso… non puoi più tirarti indietro” dall’affrontare il viaggio.
Ma cosa ne sa l’autista… per scaraventarmi bellamente in faccia, tale bruta verità?!  Non posso certo più tirarmi indietro “dall’adattarmi e fare bene il mio lavoro”… Perchè, in tempi decisamente più recenti rispetto alla mia domanducola da quattrenne, ma pur sempre quella quindicina d’anni son trascorsi… in una gita turistica “at home” presso il Museo della Resistenza di Torino, tra le tante facce delle fotografie esposte, ho individuato quella di nonno. Sorpresa del tutto inaspettata. Per cui, sul momento non potevo credere ai miei occhi: “l’occhio, vede solo quel che conosce”. E quella faccia.. ” Io la conoscevo bene”. Ma nonna, che era con me al museo, ha confermato che in foto, fosse proprio lui! Dunque non posso tirarmi indietro dal riportare l’attenzione su quanto argomentato da Barbujani, nel testo abbracciando caldamente le Sue argomentazioni nel sostenere, come da titolo, come queste siano state  una mera invenzione. Strumento funzionale alla sopraffazione. Essendo  “LA RISPOSTA” alla mia domanda di partenza, anche in relazione a quelle che mi muovevano ad effettuare le autopsie dei polli.  Di quelle fatidiche mattine d’infanzia selvaggia.
Non posso tirarmi indietro dal riportare l’attenzione su quanto è successo in passato, affichè non si perpetri in futuro; in funzione e a beneficio dei fenomeni epigenetici che la scienza dimostra essere parte integrante dell’espressione del nostro DNA.
“Siamo quello che mangiamo” e “siamo quello che facciamo”, ma anche “siamo quello che hanno fatto”… non è mera retorica. Soprattutto se relazionati ai processi di sviluppo fetali che, anche negli Esseri Umani, sono sia di tipo filogenetico, che di tipo ontogenetico. Per questo ritengo importante, anzi basilare, l’acquisizione di consapevolezza di sè e degli altri.
…Che Vite!!!
Per una “buona evoluzione” della Specie e a beneficio della collettività: dico che la guerra fa male al codice genetico dell’Essere Umano!! Per citare un’esaustiva citazione, citata sulla pagina facebook di un’amica-collega, ecco un copia/incolla di una frase che ben delucida il reale messaggio di questo post: “I progressi del genere umano sono dovuti molto più alla solidarietà che alla concorrenza” attribuita al sociologo D. De Masi.  Non posso tirarmi indietro dall’affrontare questa tematica, in questo particolare momento di Vita.
Perchè è metafisicamente intrinseca l’empirizzazione dei concetti di Resistenza e Resilienza. Perchè a differenza degli altri, questi due concetti, rischiano di essere relegati solo al piano della retorica, sebbene questa sia solo una delle facce della medaglia. Al di là dell’ ideologia politica espressa dal concetto di resistenza, personalmente mi rifaccio primariamente al significato etimologico del verbo resistere, per quanto concerne la mia attuale e personale situazione di Vita;
contemporaneamente, indipendente ed interdipendente a quella altrui.


L’invenzione delle razze.


La banalità del male.

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